Oggi,
stazione cara
dei miei
ricordi,
farai un po’
meno rumore
per le vie
della città.
Centottantatré
di anni da
spiegare
non son certo
pochi:
una storia e
tante storie
che
s’incontrano, s’incrociano:
milioni di
memorie.
Quanti passi
ho mosso
all’interno di
quel perimetro
io contarli
non posso,
ma mi passan
tutti in mente,
un unico
grande flashback
che mi mette
addosso un brivido.
E allora dai,
scegline uno:
le corse per
quel dell’una
e con mamma,
io ero al sicuro
quando piccolo
e paffuto
mettevo a
posto i miei denti
verso piazza
Garibaldi
tra i buoni e
tra i malviventi;
puoi sceglier
la Feltrinelli
in tempi un
po’ più recenti
facevo un po’
da me stesso
ai primi
instore ed ai concerti.
Quanti viaggi,
quanti orari
quante gite
fuori porta
improvvisate,
organizzate
ma in fondo in
fondo
che importa?
Per quelli
come me
forse era già
abbastanza
una porta
aperta sul mondo
quella
speranza che un giorno
era soltanto
un sogno;
quando gli
occhi si spalancano
è la realtà
che crea dei mostri
e ciò che
prima era il mondo
di punto in
bianco
la speranza,
il sogno
si trasformano
in ricordo.
Quante prime
volte
e quante
ultime,
quanti addii,
quanti viaggi
ed i
chilometri percorsi
in realtà
incalcolabili.
Lo ricordi il
mio Interrail?
Fu bello,
e quando poi
di nuovo
giunsi in
terra natia
non sai che
sollievo:
un punto fermo
in un’infinità
di punti
su una mappa
senza
orizzonti.
Da oggi è
tempo di fermarti:
ci era stato
già insegnato
che nulla in
questa Terra
sarebbe stato
eterno,
eppure non ci
sembra vero.
Caro treno: tu
che passi e vai
e porti via
lontano ogni tormento,
per questa
volta fermati,
lasciati
accarezzare dal vento,
da decine di
braccia protese
ferme in
attesa
solamente del
tuo passaggio.
Questa notte,
sai
sarà anche
l’ultima
per noi;
ma la storia
non ha carne
e questo tu lo
sai,
ciò che è
destino che rimanga
in realtà poi
non muore mai.