martedì 19 dicembre 2023

John Gotti nelle canzoni rap.

Era il 16 Dicembre 1985 quando a New York, mentre uscivano da un ristorante, vengono assassinati i capi mafia Paul Castellano e Thomas Bilotti. Un omicidio che rese, in un batter d’occhio, John Gotti, organizzatore dell’assassinio, capo della potente famiglia Gambino.
Se John Gotti non è un nome per voi nuovo forse è anche merito di alcune canzoni che hanno menzionato questo nome, non ultima 1984 di Salmo (“capo come John Gotti, sveglio tutte le notti”), fino ad arrivare a nomi di tutto il mondo come Shindy, come Kaaris e Ace Hood.
Raccolgo in questo post alcune tra le migliori citazioni fatte a John Gotti. Si avvisa il lettore che il post in questione non ha la minima intenzione di mitizzare una figura che ha in qualche modo influenzato la società, ma si limita a informare e a riportare curiosità e notizie ad esso relative.
Le conoscevate tutte queste citazioni?

sabato 16 dicembre 2023

Alcune considerazioni su “Museica”.

Museica: musica da museo, una crasi che forse solo uno come Caparezza avrebbe potuto concepire, che già nel 2014 certamente non era nuovo a questo tipo di giochi di parole.

Un concept-album, come tutti gli altri dischi di Caparezza pre- e post-2014 che porta con sé una caratteristica particolare: ogni canzone è ispirata ad un quadro, che diventa il centro tematico delle strofe dell’artista, che si abbandona a una scia di pensieri, racconti e considerazioni su argomenti di stampo politico, sociale, personale, musicale, artistico, ecc…, con la sua solita penna irriverente, ironica, talvolta anche geniale e al contempo comprensibile solo ad un secondo, un terzo, od un quarto ascolto (e ancor più che ascolto, si potrebbe dire lettura del testo).

 

Raccontare sé stessi raccontando terzi.

A volte si parte dalla fine, come in Elite e quindi non si può non citare una frase: “autoritratto, anche se d’autori tratto”.

Museica parte esattamente da qui, dal titolo, quanto mai esplicativo: un museo, ma messo in musica, questo poiché ciascuna delle diciannove canzoni scritte da Michele hanno avuto come musa ispiratrice quadri e opere di più artisti e più epoche storiche.

Cover ne è un chiaro esempio: un sunto, una narrazione della sua vita attraverso la citazione di copertine iconiche della discografia italiana e mondiale, sebbene nel pezzo si nasconda anche un significato che riguarda la società tutta, che fa sì bene ad aspirare a diventare come i modelli che si vedono e si sentono in radio o in televisione, ma facendo anche bene attenzione a tendere ad essere differenti.

Ecco quindi che Caparezza si muove in lungo e in largo nel mondo dell’arte per raccontare sé stesso agli ascoltatori.

 

Non per tutti.

Ogni volta che esce un disco che fa flop, è puntuale una giustificazione: “non era per tutti”, o “non è stato capito”, che un po’ si rassomigliano.

Il disco in questione Caparezza lo aveva già bollato come “diverso” già dalle prime canzoni del disco, quasi come a voler mettere le mani avanti e pararsi anche dalle critiche che sarebbero potute arrivare da alcuni suoi ascoltatori. Si segnali, per esempio, che anche tra i suoi fan, nonostante la più che solida fan-base di cui può vantarsi Caparezza, c’è chi ha gradito poco il cambio di tematiche pre-Museica e post-Museica, che potrebbe rappresentare una sorta di spartiacque. Se prima di Museica, infatti, la penna di Caparezza era più incentrata su argomenti politici e sociali, da dopo Museica (ovvero coi dischi Prisoner 709 ed Exuvia) c’è stato un lento e graduale passaggio ad una scrittura più intimista, dettata forse anche dalle sue condizioni di salute in seguito alla diagnosi dell’acufene, di cui parlava già nel 2014, ma divenuta ufficiale solo un anno dopo, quando la problematica è diventata ‘sì tanto fastidiosa da avergli finanche stravolto il quotidiano vivere.

Museica quindi possiamo davvero dire che non sia per tutte le orecchie, in quanto il rischio di “imputtanarsi” è alto, per citare capa, e alto è anche il rischio di passare per paraculo.

La verità è che volenti o nolenti si tratta di un concept album (come tutti gli altri dischi suoi) dall’alto tasso di ricerca, non tanto (e non solo) musicale, quanto più ricerca e approfondimento nel campo artistico: conoscere quadri ed autori, epoche storiche e contesti geopolitici passati e presenti, da usare per giocarci a proprio piacimento.

 

Una riflessione su Van Gogh, una su Filippo Argenti: Troppo politico.

Troppo politico è una canzone in cui il capa risponde alla critica di chi dice di vederlo troppo esposto e troppo schierato politicamente parlando. Cos’è la politica? Cosa può essere definito “politica”? Senza dubbio, ogni azione che ciascuno di noi compie nel proprio piccolo può essere definita politica: è politica decidere di donare o non donare il sangue, è politica intervenire in una rissa o lasciar correre, e via discorrendo. E’ tutto politica in quanto la politica, almeno nella sua forma più pura, si fonde su una solida base di ideologie, pensieri e sensibilità per ciò che ci circonda.

La parola “sensibilità” è forse quella che si può addire a Caparezza più che a tantissimi suoi colleghi, e ne dà ampia prova in un brano in particolare: Mica Van Gogh.

Van Gogh non ha certo bisogno di presentazioni come artista, ma per Caparezza, ha sicuramente bisogno di una redenzione dal soprannome di “artista pazzo” che probabilmente neanche si merita, ma che prepotentemente gli hanno appioppato, per via delle folle azioni compiute in vita a causa delle sue condizioni di salute psicologica.

Se l’opinione pubblica lo considera un artista “pazzo”, Caparezza offre una contro-immagine di una persona che al di là delle sue problematiche ha dimostrato nei suoi scritti, nelle testimonianze e nei suoi comportamenti di avere una grande sensibilità.

Una decisione “politica” quella di redimere Van Gogh, così come quella di trattare di un personaggio inusuale della Firenze medievale come Filippo Argenti.

Del resto, è troppo comodo parlare del poeta vate per eccellenza: piuttosto, per dar vita alla propria originalità e ad una bella riflessione sulla violenza Filippo Argenti è di sicuro la personalità più indicata.

Contemporaneo di Dante, suo vicino di casa, ma avvezzo alla violenza e anche quella fisica, tanto da avere avuto vari problemi giudiziari proprio a causa di ciò. Il testo di Argenti vive Caparezza lo ha scritto proprio calandosi nei panni dell’Argenti, intento a scrivere una lettera “a cuore aperto” in cui mostra come la violenza sia l’unica arma che consente di perseguire un proprio scopo e di scuotere la realtà circostante generando un cambiamento.

Già dal titolo si nota un gioco di parole col detto “argento vivo”, che designa una persona vivace, irrequieta, agitata, e nell’intro cita ancha la “commedia” dantesca, in cui narra dell’incontro tra Dante, Virgilio e Filippo Argenti nel canto VIII, precisamente nel V cerchio dell’Inferno tra gli iracondi.

Politico, come è politica Avrai ragione tu (ritratto), in cui ironicamente si scusa per le sue rime “troppo politiche” in cui mira il bersaglio e spara senza lasciar sopravvissuti a terra. A dettargli legge sono i bolscevichi che ha nella testa, e che gli impongono persino d chiedere scusa ai leghisti (“magari chiedo scusa ai leghisti, magari / scrivo a caratteri cubitali / voglio la Padania libera, via dall’Europa / per il gusto di chiamarvi extracomunitari”).

 

Un’audioguida per i capamuseo.

In quanti avrebbero potuto concepire un concept album come quello di Museica alzino la mano: quasi tutte mani abbassate, su questo ci sarebbe da scommetterci.

Perché se il disco che si ascolta è il museo, la voce di Caparezza è la voce guida di questo capamuseo, che prende per mano gli ascoltatori per portarli a farsi un giro nel mondo intriso d’arte.

Un disco talmente intriso d’arte che anche la copertina è una vera e propria opera, un quadro, realizzato dal pittore Domenico Dell’Osso, e riadattato a copertina dell’album.

L’audioguida spazia, tenendo l’ascoltatore sempre attivo e ricettivo, anche a costo di fargli ri-ascoltare di volta in volta alcuni passaggi al fine di cogliere quante più sfumature possibili, come si fa con i quadi, in cui le pennellate si sovrappongono più e più volte per ridare all’occhio il giusto equilibrio di colori.

 

Le opere ispiratrici.

Di seguito troverete per ciascuna canzone del disco l’opera artista che l’ha ispirata.

Avrai ragione tu (ritratto): ispirata da My God, help me to survive this deadly love di Dmitri Vrubel (1979).

Mica Van Gogh: ispirata da Natura morta con bibbia di Vincent Van Gogh (1885).

Non me lo posso permettere: ispirata da Tre studi di Lucian Freud di Francis Bacon (1969).

Figli d’arte: ispirata da Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya (1821-1823).

Comunque dada: ispirata da L.H.O.O.Q. Di Marcel Duchamp (1919).

Giotto beat: ispirata da Corretti di Giotto (1306 circa).

Cover: ispirata dalla cover di The Velvet Underground & Nico disegnata da Andy Warhol (1967).

China town: ispirata da Quadrato nero di Kazimir Severinovič Malevič (1915).

Canzone a metà: ispirata da Il sogno di Dickens di Robert William Buss (1870).

Teste di modì: ispirata da Ritratto di Jeanne Hébuterne di Amedeo Modigliani (1918).

Argenti vive: ispirata da Virgilio respinge Argenti nel fiume Stige di Gustave Doré.

Compro horror: ispirata da Concetto spaziale, attese di Lucio Fontana (1965).

Kitaro: ispirata da gege no kitaro, anime e manga creato da Shigeru Mizuki (1959-1969).

Troppo politico: ispirata da Il quartto stato di Giuseppe Pellizza Da Volpedo (1898-1901).

Sfogati: ispirata da Testa di tigre di Antonio Ligabue (1940).

Fai da tela: ispirata da Il cervo ferito di Frida Kahlo (1946).

È tardi: ispirata da La persistenza della memoria di Salvador Dalí (1931).

È chiaro dunque come l’arte in ogni sua forma abbia influito sull’intera realizzazione del disco, dalle opere più datate a quelle più moderne (in percentuale superiore). Ciascuno dei quadri ha dato modo a Caparezza di muovere delle considerazioni.

 

Le tematiche.

Potremmo sintetizzare il tema di ciascuna canzone come segue.

Canzone all’entrata e Canzone all’uscita sono brani realizzati da Caparezza per salutare l’ascoltatore sia all’inizio che alla fine dell’ascolto del disco, in maniera tale da consentire al visitatore del capa-museo di ritornare successivamente per un nuovo ascolto.

In Avrai ragione tu (ritratto) Caparezza compie un ironico “mea culpa” nei confronti dei bersagli politici che ha preso di mira in tutti i suoi dischi, prendendo di petto anche il luogo comune che vuole tutti gli intellettuali dei “comunisti”.

A dispetto del titolo, la politica è pressoché assente in Troppo politico. O meglio: nel brano in questione compie una serie di giochi di parole e doppi sensi che possano rimandare al mondo della politica, ma a differenza di altri brani quali Non siete stato voi, giusto per fare un esempio, in Troppo politico non prende il tema della politica come cardine del testo, quanto più le forti critiche mossegli dai suoi detrattori, che lo vorrebbero “meno impegnato e meno esposto politicamente”.

Mica Van Gogh e Argenti vive sono i due brani in cui si mette nei panni rispettivamente di uno strenuo difensore del pittore olandese e nei panni di Filippo Argenti. Storie e periodi storici differenti (Argenti vissuto nel medioevo, contemporaneo di Dante, e Van Gogh vissuto nell’’800), ma che rimandano all’ascoltatore un quadro chiaro e ben definito delle sue considerazioni sia su Van Gogh, sia sul ruolo della violenza nella società, usando Filippo Argenti come personificazione della violenza stessa, in quanto personalità ad essa votata oltre che parecchio irascibile, come descritto dalle testimonianze pervenuteci.

In Non me lo posso permettere in maniera ironica descrive la situazione economico-sociale italiana di quegli anni, in cui si stava vivendo una forte crisi economica non solo italiana, ma anche mondiale, che ha portato sul lastrico tantissime persone che han deciso di aprire un’attività, e altrettante persone che han deciso di farla finita non vedendo possibilità alternative per poter portare avanti la propria vita e quella dei propri cari.

Figli d’arte invece affronta un tema che oggigiorno possiamo vedere, per esempio, nelle numerose Instagram stories e nei post delle persone “famose” ed “influenti” che quotidianamente postano le foto con la propria famiglia e i propri figli. Proprio la vita dei figli di queste persone è il tema centrale della canzone: una vita vissuta di riflesso, all’ombra di un padre (o di una madre) poco attento ai bisogni del figlio, e più sensibile al proprio lavoro, alla gratificazione proveniente dagli sconosciuti per il mestiere che fa. Nella fattispecie, Caparezza menziona indirettamente e in maniera del tutto implicita anche il caso di John Lennon e di suo figlio Julian che, poco dopo la morte del grande cantautore dei Beatles, sostenne che il padre non fosse mai stato un buon padre. Il riferimento alle dichiarazioni di Julian sono presenti anche nel ritornello, in cui Caparezza fa riferimento ad un artista che, sebbene scriva canzoni in cui promuove pace e amore (in tal caso John Lennon è anche l’autore ed interprete della canzone per la pace per eccellenza, Imagine), in realtà nel proprio privato è una persona molto insensibile e disinteressato alla vita del proprio figlio.

Proseguendo lungo la tracklist, Comunque dada la potremmo vedere come una sorta di Azzera pace di Museica, in quanto descrive il movimento artistico dadaista inserendolo in un contesto storico-politico-sociale, mostrando l’atteggiamento anti-bellicistico degli artisti che han preso parte a tale movimento. Allo stesso modo, anche Caparezza traccia un parallelismo col suo modo di fare e col suo modo d’essere, pronto sempre a mettere in discussione tanto sé stesso quanto la realtà circostante, anche a costo di essere moralmente messi al rogo.

Il rogo viene menzionato anche in Canzone all’uscita, dove fa riferimento, tra le altre cose, alla censura feroce che il regime nazista aveva compiuto ai danni dell’arte “non allineata”, “non convenzionale”, “deviata”, in tedesco “entartete kunst”, quest’ultimo appellativo con cui hanno intitolato, gli stessi nazisti, una mostra d’arte moderna col chiaro intento di schernire, dileggiare quel tipo d’arte.

Sfogati invece parla della reazione di Caparezza alle critiche più o meno feroci che gli arrivano, e nella fattispecie alla critica superficiale che viene mossa da persone che non hanno le conoscenze adatte per poter muovere critiche di alcun tipo; anche Troppo politico, similmente a Sfogati, è una risposta a chi, invece, gli addita la “colpa” di essere troppo esposto politicamente, tra critiche alla Lega, e idee che sposano più un certo orientamento politico piuttosto che l’opposto. La verità è che, in fondo, tutto ciò che compiamo anche nel nostro piccolo può essere definibile politica, in quanto influenza sia la nostra vita, sia chi dalle nostre scelte viene influenzato.

Canzone a metà (posizionata peraltro esattamente a metà tracklist) affronta il tema del blocco e della non-terminazione di un’opera, che può avvenire per paura, per ansia, o per cause di forza maggiore. È significativo notare come a dare il là a questa canzone sia stato un quadro rimasto incompleto a causa della morte dell’autore dell’opera, Robert William Buss, prematuramente scomparso mentre stava ancora lavorando al quadro (dal titolo Il sogno di Dickens).

Teste di modì prende ispirazione da un fatto di cronaca realmente avvenuto, in cui i protagonisti furono tre ragazzi che, per puro divertimento, realizzarono delle sculture alla maniera di Modigliani, che al loro ritrovamento al Fosso Real di Livorno vennero ritenute da tanti (esperti d’arte compresi) degli originali realizzati da Modigliani stesso. Caparezza qui si prende gioco dei tanti professionisti o presunti tali che han fatto in tempo ad accaparrarsi la notizia il prima possibile, scrivendo articoli, realizzando servizi giornalistici e scrivendo libri, poco prima che i tre ragazzi (Pietro Luridiana, Pier Francesco Ferrucci e Michele Carducci, peraltro presenti anche nel videoclip della canzone) confessassero di essere stati loro gli autori delle sculture, realizzate con un banalissimo Black & Decker.

Compro horror invece ha come tema pulsante la tematica della spettacolarizzazione della morte e delle tragedie, che diventano centrali nei palinsesti televisivi di emittenti tanto pubbliche quanto private, soprattutto nei momenti subito successivi a tali avvenimenti spiacevoli. Un attaccamento morboso che anche il pubblico spettatore dimostra di avere, aumentando lo share per tali programmi, che nel frattempo fanno cassa su tali tragedie, producendo e mandando in onda filmati, girati, registrazioni e scoop, molti dei quali a dir poco stomachevoli, riguardo le vittime, i parenti delle vittime, e non di rado anche riguardo gli assassini e i criminali che hanno commesso il reato. Ultima ma non ultima la vicenda della giovane Cecchettin, che nella giornata di martedì 5 dicembre 2023 ha ricevuto i funerali di stato, mandati in onda sulla Rai: subito dopo il ritrovamento del corpo della ragazza, casa Cecchettin è stata presa d’assalto da giornalisti o presunti tali giunti sul posto con microfoni e telecamere illuminanti puntate in faccia ai familiari reduci di un dolore ‘sì grande come quello della scomparsa di una figlia e di una sorella, porgendo domande di circostanza quanto mai banali come un “come vi sentite?”, nella speranza forse di fare scoop all’ascolto della surreale risposta “stiamo festeggiando dalla gioia”.

Proseguendo sulla tracklist, troviamo Kitaro che, ispirata al mondo dell’arte, dei manga e degli anime (dunque cultura orientale), tratta il tema delicato dell’isolamento fisico e mentale che vivono parecchi giovani nel mondo. Fenomeno noto come hikikomori, che porta non di rado alla morte non solo spirituale, ma anche fisica del giovane, che non trova altra scappatoia, in fuga da un mondo dal quale si sente oppresso e che impone rigidi canoni di estetica, di vittoria, di bellezza (come se poi ce ne fossero, di canoni) di cui non tutti riescono a sopportarne il peso spirituale. In tale contesto, Kitaro, personaggio dell’anima e del manga Gegege no Kitaro, avrebbe come ruolo da svolgere quello di salvare il ragazzo hikikomori, farlo uscire dal proprio guscio, similmente a quanto fa nelle due opere sopra citate, che combatte contro gli yokai, spiriti maligni, per proteggere gli esseri umani.

Chiude poi la tracklist È tardi, subito prima di Canzone all’uscita. È tardi (che peraltro si apre con il classico annuncio che precede di qualche minuto la chiusura di un museo, o di altri luoghi non necessariamente affini) mette in fila tutta una serie di situazioni in cui Caparezza, pur sentendosi “indietro” rispetto alla società circostante, continua imperterrito senza fermarsi. Un concetto sviscerato anche in Ti fa stare bene, 2017, quando rappa: “sono tutti in gara e rallento, fino a stare fuori dal tempo / superare il concetto stesso di superamento mi fa stare bene”. E a tal proposito, sarebbe utile ricordare di come Caparezza sia sostanzialmente arrivato al successo definitivo oltre i 30 anni, dopo aver realizzato due dischi come Mikimix prima del 2000: uno standard che nel corso degli anni nella discografia italiana e internazionale si è andato abbassandosi sempre di più per quanto riguarda l’età anagrafica, se si pensa che molti suoi colleghi anche nel rap diventano famosi già praticamente in fasce, talvolta da minorenni, pur senza badare all’aspetto della longevità del prodotto che questi ultimi immettono sul mercato musicale.

 

Considerazioni finali sul disco.

Per quanto riguarda il disco in sé, le considerazioni si sprecherebbero, ma si può provare comunque a esporre un proprio pensiero in merito all’opera.

Sebbene tanti conoscano Caparezza come personaggio per via della sua caratteristica voce “in falsetto” (comunque andata via via a scomparire, soprattutto da dopo Prisoner 709) e della sua capigliatura che gli è valso questo nome d’arte, musicalmente parlando è innegabile che non sia per tutti.

A ben guardare, nonostante brani come Vieni a ballare in Puglia, Fuori dal tunnel, ma anche Non me lo posso permettere e Ti fa stare bene, siano diventate hit riconosciute a livello nazionale, il Caparezza artista quasi rifugge la sovraesposizione, e le sue liriche riflettono la sua voglia di distinguersi a tutti i costi, per creare un’alternativa anche nel suo stesso ambiente musicale (che può essere il rap, ma lo stesso discorso vale anche ingrandendo il raggio d’azione alla musica mainstream/pop). Un’alternativa che riguarda sia l’aspetto musicale, sia l’aspetto testuale.

Sebbene ci siano tali premesse, Caparezza, “commercialmente” parlando, in un modo o nell’altro la sfanga sempre. E questo lo possiamo ricollegare al fatto che la sua musica può (e qui nasce il paradosso) arrivare potenzialmente a tutti, anche se in pochi possono essere coloro che possono capirlo.

Canzone all’uscita, ci dice Caparezza, è una canzone che invita l’ascoltatore a “ritornare” a far visita al suo capa-museo, un po’ come dire “riascoltare” la stessa canzone per una seconda, terza o quarta volta e potenzialmente fino all’infinito per leggerci ad ogni nuovo ascolto una chiave di lettura in più che all’ascolto precedente non era giunto all’orecchio del fruitore. Pennellata dopo pennellata, ascolto dopo ascolto, visita dopo visita, l’ascoltatore può carpirne quante più sfumature possibili, quante più particolarità, curiosità, nozioni, immagini, doppi sensi e giochi di parole che difficilmente possono arrivare ad un ascolto superficiale, i quali spesso inducono le persone ad esprimere giudizi “en tranchant” senza concedere all’opera di arrivare dove deve veramente arrivare, magari offrendo a quest’ultima una rilettura continua.

Museica è un disco di Caparezza, e in quanto tale non necessita di voti o di giudizi in quanto troppo riduttivi del lavoro effettuato. E neanche serve sminuire la fatica (e l’artista) con i soliti commenti in croce quali “geniale”, “inarrivabile”, “insuperabile”. Si tratta di un disco che, “alla maniera di Caparezza”, può offrire tanto a chi decide di approcciarsi al progetto schiacciando play, magari spingendo le persone anche ad appassionarsi al mondo dell’arte visiva, fondamentale per la creazione del disco come abbiamo avuto modo di vedere in queste righe.

Tuttavia, se volessimo provare a sintetizzare il progetto con poche parole, potremmo descrivere Museica come un’opera d’arte che si serve dell’arte stessa per creare ancora altra arte, della quale poter dibattere e sulla quale poter sviluppare discussioni, spunti di riflessione ed opinioni. Ed in taluni casi, poter servirsi di essa per arricchire il proprio bagaglio culturale.

giovedì 30 novembre 2023

Uno dei migliori duetti di Sanremo: Giorgia & Finizio in “I’ te vurria vasà” (1995).

Sanremo 1995, conduzione e direzione artistica di Pippo Baudo. Durante quell’edizione il festival fu vinto da Giorgia con Come saprei e vide altri partecipanti di tutto rispetto quali Andrea Bocelli con Come saprei, Giorgio Faletti con L’assurdo mestiere e Ivana Spagna con Gente come noi.

Durante la serata dedicata ai duetti, proprio la vincitrice si cimentò, accompagnata ad un’altra grande voce della musica napoletana, Gigi Finizio, in un’interpretazione a dir poco magistrale di un brano proprio della tradizione musicale napoletana: I’ te vurria vasà.

I’ te vurria vasà nasce come poesia, scritta da Vincenzo Russo, modesto calzolaio, racconta di una storia d’amore mai andata in porto tra lui ed Enrichetta Marchese. Una storia d’amore che, pur ricambiato, è stato osteggiato e impedito dai genitori di quest’ultima. Vincenzo Russo scrisse la poesia sul finire del 1899, e fu musicata successivamente da Eduardo Di Capua, notoriamente già compositore musicale della canzone ‘O Sole mio, pubblicata nel 1898, e da Alfredo Mazzucchi. Secondo la tradizione, i fogli con i versi della poesia furono consegnati da Russo a Di Capua il 1° gennaio 1900 sul finire di una rappresentazione teatrale al Salone Margherita dove si esibiva Armando Gill.

La canzone è stata negli anni ripresa e reinterpretata da numerosi altri cantanti: oltre a Giorgia e Gigi Finizio infatti l’hanno portata al loro pubblico anche nomi come Claudio Villa, Mango, Mina, Enrico Caruso, Luciano Pavarotti, Sergio Bruni, Peppino Di Capri e Massimo Ranieri.

domenica 19 novembre 2023

“Gita al cimitero abbandonato di pietrastornina” + “Il docu-vlog”.

Per l’ultimo Amedeus adventures in occasione di Halloween siamo andati a Pietrastornina alla ricerca del famoso cimitero abbandonato di cui vi avevo parlato alcuni post fa nell’annuncio dell’evento.

Chi mi conosce sa quale sia la mia passione per i posti e per i luoghi abbandonati, di cui vado alla ricerca anche nella mia stessa città, per stare sereno, rilassato, isolato da tutto e tutti, dalla frenesia della città.

Halloween si chiamava proprio un Amedeus adventures horror. Per nostra fortuna abbiamo Google a nostra disposizione, e infatti è proprio su Google che ho digitato “luoghi e posti abbandonati in Campania”. Dopo una lunga ricerca (e più di una settimana di cernita e di indecisioni sulla scelta) ho optato per il cimitero abbandonato di Pietrastornina, di cui ho letto la storia sul sito Derive Suburbane.

Per chi non lo sapesse, già nel 2022 mi sarebbe piaciuto organizzare un Amedeus adventures horror, e nel corso dei mesi ci siamo scambiati, io ed altri, possibili posti abbandonati in Campania e fuori dalla Campania, da poter visitare.

Siam partiti Pietro ed io attorno alle 19 da Acerra, dopo una piccola sosta alla Conad per un rapido acquisto di biscotti, patatine e bibite da mangiare una volta sul posto.

La tappa intermedia è stata Baronissi per prendere Arturo e Roberto. Presi loro, siam subito ripartiti per raggiungere Pietrastornina. Alla guida ci siamo alternati io e Roberto all’andata e al ritorno.

Giunti nella cittadina abbiamo fatto un po’ di fatica ad orientarci, anche a causa del buio, oltre che per una nostra non-conoscenza del posto. Dopo aver chiesto anche indicazioni qua e là, abbiamo alla fine deciso di parcheggiare l’auto e proseguire la ricerca a piedi. Come da indicazioni di alcuni ragazzi, la strada che dovevamo percorrere era una strada sterrata e in salita. Abbiamo prima seguito una prima strada, dimostratasi da subito fallimentare. Siamo pertanto scesi e ritornati sulla strada principale.

Certo non sarebbe stato facile trovare un cimitero ormai abbandonato da anni, ma questo lo sapevamo. Abbiamo aperto Google alla ricerca un tantino più approfondita di alcuni indizi, servendoci di ciò che avevamo a nostra disposizione. Abbiamo deciso così di proseguire sulla strada principale Strada Statale 374 fino ad arrivare fuori ad un ristorante sito giù ad una stradina poco dopo la curva che abbiam percorso a piedi. Pochi, pochissimi nomi, altrettanti pochi indizi e ancora meno luci. Ma quella strada che avevamo dinanzi ci sembrava proprio quella nostra.

L’aria era fredda. Non eccessivamente, ma fredda, di montagna, ma non era l’unica cosa a farci rabbrividire: a mettersi c’era anche l’ambiente circostante. Alle nostre spalle la vallata illuminata da luci e casette (e in lontananza si distinguevano anche i lumini del nuovo cimitero di Pietrastornina, davanti al quale eravamo passati a piedi pochi minuti prima), mentre davanti a noi c’era la strada in salita che stavam percorrendo a piedi e al quasi più totale buio, con le pochissime auto che passavano di lì e l’abbaiare insistente dei cani che proveniva dalle poche abitazioni circostanti.

Nel camminare ci siamo imbattuti solo in due deviazioni in una strada a destra, e in un sentiero sterrato che invece si trovava sulla sinistra, quest’ultimo situato poco prima di un inquietante e spettrale cancello arrugginito. Una volta preso coraggio ci siam fatti guidare dall’istinto e abbiamo deciso stupidamente di percorrere quel sentiero sterrato. Per fortuna non era piovuto, e il terreno era quasi per nulla fangoso. Il claim era solo uno: “rimaniamo uniti”. La paura era che qualche serpente, qualche lupo o cinghiale affamato o qualche malintenzionato potesse trasformare quella serata easy in una simil-tragedia. Cosa che non è stata, ovviamente, ma il solo fatto di stare con i sensi ben allerta ci faceva amplificare ogni scricchiolio di rami, ogni folata di vento tra le foglie, le quali avevano ormai preso il sopravvento sull’ambiente circostante: non le luci delle abitazioni, né più la luce riflessa della Luna era presente nel nostro campo visivo, ma solo quelle foglie e quegli alberi.

Arturo era davanti in ricognizione che premeva per farci continuare con l’esplorazione, e noi altri dietro, fermi immobili, con Pietro che iniziava ad avere i brividi ed io con lui. “Non è detto che dobbiamo completarla la missione” avevo detto fino a qualche ora prima “se percepiamo qualcosa di strano o di sinistro, di davvero sinistro e pericoloso, possiamo semplicemente tornare indietro da dove siamo venuti”. E così, dopo un breve confronto inter nos, dopo aver proceduto per quel sentiero per qualche decina di metri a passo da formica, allo stesso modo siam tornati indietro, ripercorrendo a ritroso la strada fatta precedentemente. Questo snobbando e tralasciando completamente anche l’altra stradina, su cui peraltro ci avevo già posto l’occhio da alcuni giorni come possibile strada da percorrere per raggiungere il cimitero. A tornare indietro…

Giunti alla macchina, ci siamo riposati sulla panchina, consumando Monster e limonata, grisbì e patatine bianche Conad. A nulla è servito chiedere anche a due carabinieri usciti per il loro giro di ricognizione dalla caserma davanti alla quale abbiam parcheggiato; in cambio, ci è spettato un controllo documenti generico e una chiacchierata di venti minuti con l’agente in divisa nera, di cui abbiam parlato sommariamente delle nostre vite e del nostro salto a Pietrastornina. Ma del cimitero abbandonato, neanche loro sapevan nulla.

Ce ne siam partiti di là intorno all’1, neanche tanto delusi, ma con la sensazione di aver lasciato un conto in sospeso con Pietrastornina, come quelle anime in pena che tornano ad infestare i luoghi e le zone in cui avrebbero dovuto portare a compimento qualcosa. Dopo una sosta di una mezz’oretta a Baronissi fatta di cazzeggio più totale e di sconnessione neuronale, io e Pietro siamo partiti alla volta di Casapesenna, prima che potessi definitivamente fare ritorno, attorno alle 5/5:30 del mattino, presso la mia abitazione.

Solo il giorno seguente, nella tranquillità più totale della mia cameretta, mettendo a confronto Maps, foto reperite online e altro materiale, mi sono imbattuto in quello che al 99% sembravano essere l’ingresso e la cripta del cimitero abbandonato di Pietrastornina.

Ebbene potrei dire quindi che non è detta l’ultima parola per quanto riguarda il cimitero. Certo, l’ideale sarebbe che ci si rechi in un orario diurno, in maniera tale da avere una chiara visuale del panorama e delle strade da percorrere, che specie in quei posti sono qualcosa di fortemente impraticabile di notte per chi, come noi, si è recato sul posto senza particolari attrezzature anche per un rapido salvataggio e per la nosta stessa incolumità.

Pietrastornina: io e te ci rivedremo molto molto presto!

 

P.S.: l’Amedeus adventures vi ricorda che nel 2024 si terrà il primo viaggio all’estero a Vienna. Prerogative del viaggio: low budget, gita fuori di cinque giorni o poco più, all’insegna del divertimento, dell’esplorazione, dell’avventura e della cultura.

Budget stimato: 600€ totali circa.

Mezzi di trasporto: bus e/o treni.

Periodo stimato: fine Agosto/inizio Settembre.

Contattami in privato per aderire, e stay tuned!

giovedì 9 novembre 2023

Il Red Bull 64 bars live a Napoli è sempre una figata!

Napoli nella musica rap sta regnando forte da qualche anno. Sono anni che assume sempre più una sua identità, e il fatto che la Red Bull scelga il capoluogo campano per l’evento rap dell’anno è una prova che attesta l’importanza di questa città.
Nel 2022 sul palco salirono Fabri Fibra, Guè, Marracash, Madame, Ernia e Geolier capitanati da Dj Tayone. Quest’anno invece è toccato a Geolier (unico confermato dallo scorso anno, oltre a Marracash, annunciato pochi giorni prima dell’evento a sorpresa), Luchè (annunciato durante il dissing con Salmo, che avrebbe dovuto partecipare insieme agli altri artisti), Noyz Narcos, Lazza e Rose Villain, questa volta diretti da Young Miles.

Il rap riparte da Napoli.
Il 64 bars è un progetto che dalle sue origini, avvenute intorno al 2019, si poneva nel proporre il rap in una chiave molto classica: un mc e un produttore, nient’altro. Rime e barre, rime e barre, molte volte senza ritornelli, con sperimentazioni di flow e di stili musicali. Lo testimoniano, ad esempio, i tre freestyle di Marracash (prodotti rispettivamente da Crookers & Nic Sarno, Marz e Tha Supreme), lo testimonia il 64 barre di Salmo prodotto da Luciennn, così come il 64 barre di Geolier prodotto da Poison Beatz e Dat Boi Dee. Elementare, Watson. Vince chi fa le barre più fighe nei pezzi.
Napoli è stata scelta sicuramente per il suo immaginario: piazza Ciro Esposito, in zona le vele di Scampia è un luogo iconico per il rap, in cui si sono formati nomi come i Co’ Sang, omaggiati anche da Luchè nella serata di sabato 7 ottobre quando con Geolier ha interpretato Over da Dove volano le aquile, dove Guè girò il video di Tuta di felpa con Ntò e dove fecero lo stesso i due rapper francesi che compongono il duo Pnl con la canzone Le monde ou rien.
Negli ultimi anni, le vele di Scampia stanno anche affrontando un periodo di bonifica e riqualifica, nella speranza che possano finalmente affrancarsi, una volta e per tutte, da tutta una serie di luoghi comuni che vuole quella zona come zona piena zeppa di contesti criminali e ai limiti della legalità.
Avere uno show del genere in zona è un’ottima opportunità per tutti, artisti e giovani ascoltatori di rap, che crescono, se vogliamo, con un esempio virtuoso di come l’arte può farsi veicolo di messaggi positivi di riscatto e di vittoria, lontana dai guai a cui spesso viene allacciata da un certo tipo di stampa mainstream.

Dopo il primo 64 bars live.
Al termine del primo Red Bull 64 bars live nel 2022, il pubblico di Napoli si era resa testimone di una promessa: “ci vediamo nel 2023”. E così è stato: Red Bull ha rispettato i patti, e nella prima metà del 2023 ha iniziato a svelare i nomi, che pian piano hanno iniziato a pubblicare e a incidere i loro 64 bars freestyle. Nella stessa data, Young Miles, Salmo, Rose Villain, Geolier, Lazza e Noyz Narcos hanno postato nelle loro storie la data dell’evento. Non tutti, tuttavia, avevano pubblicato il loro 64 bars. Tra loro, mancava all’appello, ad esempio, Geolier (che ne aveva rilasciato uno lo scorso anno per il primo evento Red Bull a Scampia), e un altro che pure mancava all’appello era Salmo.

La questione Salmo: il freestyle, il dissing e l’annuncio di Luchè.
Nel freestyle rilasciato da Salmo questa Estate, Salmo “ha fatto ’o panico” come si direbbe dalle parti di Napoli. Infatti, nel pezzo prodotto da Luciennn, giovane talento che si sta facendo notare nella scena da un po’, Salmo ha fatto espliciti riferimenti a Luchè, con cui aveva avuto dissapori accesi nel 2019. Solo via Instagram, si intende. Un dissing mai evolutosi in musica, non fino a questa Estate.
In un passaggio, infatti, Salmo rappa: “l’Inferno lo conosco bene / ci tornerei per farci un mese / una vita di promesse spese / driiin: squilla il telefono inglese”, facendo riferimento al famoso telefonino inglese su cui, a dire di Luchè, aveva i messaggi di Salmo in cui si complimentava con lui per il disco Malammore, mentre Salmo sosteneva di non aver mai ascoltato Luchè.
Apriti cielo. Dopo il rilascio del freestyle, per quattro giorni è andato avanti un pesante scontro a colpi di rime, con dissing pubblicati finanche a distanza di un paio di ore l’uno dall’altro: accuse, punchline, rime, cattiveria, stile che volavano, mentre due tra i maggiori esponenti della scena se le davano di santa ragione.
Proprio nel mentre del dissing, Red Bull, essendo Napoli una città da sempre legata a Luchè per ovvie ragioni, aveva annunciato anche la presenza di Luchè, subentrato in un secondo momento. Sebbene molti volevano il dissing una finzione per sponsorizzare l’evento, Salmo pubblicò un commento categorico sui propri social: “non parteciperò all’evento di Scampia”. Molti hanno collegato questa decisione al fatto che abbia ricevuto minacce di morte da parte di alcuni utenti sui social proprio durante il dissing avuto con Luchè.
In realtà, Salmo spiegherà i motivi della sua assenza solo due giorni prima dell’evento, specificando che: 1. La Red Bull era al corrente della sua assenza da questa Estate e l’aveva resa pubblica solo pochi giorni prima, sostenendo anche essere poco professionali; 2. Non avrebbe più partecipato all’evento poiché non gli avrebbe fatto piacere dover interagire con una persona con cui non va d’accordo.
Suonano ironiche le parole pronunciate da Salmo durante l’intervista con Gq Italia, dove aveva dichiarato, a proposito della frecciatina a Luchè: “nel rap, quando fai freestyle, intrattieni, fai le punchline, se avessi voluto insultare avrei detto un’altra roba. Però invece che stare lì a rompere le palle ci gioco su, è una cosa scherzosa. Non penso che si offenderà, si farà una risata anche lui”. Lineare, no?
Sia come sia, Salmo davvero ha dato buca. Del resto Napoli è “la città di Luchè”, come afferma quest’ultimo in Potere e, al di là della questione “interazione sul palco” tra i due (che avrebbero comunque potuto limitare al minimo) ci sarebbe potuto essere un serio problema durante l’esibizione: un’eventuale risposta negativa da parte del pubblico, che avrebbe potuto compromettere la naturale esibizione dell’artista sardo.
A poco è servita anche la storia rilasciata dalla pagina della Bfm Music, etichetta fondata da Luchè. Storia passata quasi inosservata, in cui si son dichiarati dispiaciuti per il forfait di Salmo, specificando che sarebbe stato un’ottima occasione di confronto tra i due artisti, e anche un ottimo modo per accogliere Salmo con l’amore che si merita.

Il concerto.
Il concerto alla fine si è fatto. Con o senza Salmo, ma con la presenza a sorpresa di Marracash, annunciato pochi giorni dopo la data partenopea del Marrageddon (ancora una volta Napoli ha mostrato il suo rispetto nei confronti del “king del rap”, come se non fosse bastata la dimostrazione della settimana prima), e di Anna, con ogni probabilità protagonista del Red Bull 64 bars del 2024 (che potrebbe, peraltro, anche cambiare location).
Durante il concerto tutti gli artisti sono stati giostrati da Young Miles, e hanno avuto modo di cantare un quarto d’ora a testa circa, esibendosi con i loro 64 bars rilasciati per sponsorizzare l’evento con l’aggiunta di alcune loro hit. Luchè, unico a non aver ancora pubblicato ufficialmente il suo di freestyle, ha avuto modo di presentarlo qui in anteprima, mandando il pubblico in visibilio.
Come nel 2022, anche quest’anno gli artisti hanno interagito sul palco: Lazza e Geolier, ad esempio, hanno portato Chiagne, Luchè e Noyz Narcos hanno cantato Casa mia, giusto per fare due esempi. La conclusione è avvenuta con un’esibizione a sorpresa di Geolier e Luchè che hanno interpretato Over, brano in collaborazione contenuto in Dove volano le aquile, e che contiene un campione di Int ’o rione dei Co’ Sang, di cui Luchè ha specificato essere un tributo.

Il prossimo Red Bull 64 bars live.
Red Bull ha confermato l’organizzazione dell’evento anche per il 2024, dopo i successoni delle prime due edizioni. In molti sperano che la location torni ad essere ancora una volta Scampia, in quanto sarebbe un ottimo segnale per la città di Napoli, che negli ultimi tempi sta vivendo un periodo aureo per i concerti (basti pensare alla doppia data dei Coldplay, o alla data del Marrageddon), e ci si auspica pertanto che questo periodo magico continui anche nel 2024. Nel frattempo, abbiamo solo la conferma che si farà, e abbiamo anche un nome dato ormai per certo: Anna, che negli ultimi tempi si sta facendo notare sempre di più, e dal 2020 è in continua ascesa, dando voce, insieme anche ad altre sue colleghe, una possibilità anche alle female rappers di poter avere una voce nella nostra nazione.
Voi chi vi auspicate ci sia al prossimo Red Bull 64 bars live? E dove sperate che lo facciano?