Sarà da quando è scoppiata la moda della trap in Italia, ovvero dieci anni fa, che si chiede una sola cosa a gran voce: il disco da solista di Charlie Charles, che più di ogni altro era riuscito a settare un trend all’interno della scena. Un trend che hanno cavalcato da subito (o quasi) tutti i nomi sia della vecchia che della nuova scuola dell’epoca:
Bimbi era diventato un manifesto per tutti coloro che ascoltavano trap in quegli anni, così come lo era per tutti gli artisti trap di quegli anni, avendo chiamato a raccolta tutti coloro che la scena trap all’epoca la stavano portando in alto, compresi quei nomi successivamente scartati per motivazioni disparate (si fa riferimento alla Dark Polo Gang e ad Enzo Dong).
Ma dal 2016 ad oggi, del disco di Charlie Charles non se n’è mai vista l’ombra. Ha prodotto basi musicali per tanti artisti rap e non in Italia, certo, stupendo spesso (come successo col singolo Rap con Izi, dal sapore molto old school, che mai ci saremmo aspettati da dei nomi della scena trap, che si ponevano in antitesi con le sonorità del passato): sono passati sui suoi beat Mahmood, Ghali, Sfera Ebbasta, Fabri Fibra, Gué, Marracash, giusto per dare un’idea di quanto abbia saputo variare con gli stili, cosa mai scontata per un produttore.
Poi nel corso degli anni, anche i più attenti seguaci di Charlie non hanno potuto non notare un cambiamento, lento, graduale, inevitabile: il Charlie Charles delle origini, quello di Notti o di Brnbq, o di Peace & love, ha cambiato pelle, per fare spazio ad un Charlie dal sapore più nazionalpopolare. Soldi di Mahmood porta proprio, tra le altre, anche la firma di Charlie Charles, una delle prime e più clamorose svolte pop del produttore trap per antonomasia in Italia. E così a seguire Calipso, Pem pem, Barrio, Dove gli occhi non arrivano…
Da dopo il 2019, Charlie Charles, che fino a quel momento aveva puntato molto sulla sua carriera come solista, pubblicando almeno un singolo all’anno, ha fatto perdere le tracce di sé: Calipso (che vide riuniti per la prima volta Fabri Fibra e Sfera Ebbasta in un connubio inedito, insieme anche alla voce melodica di Mahmood) fu l’ultimo singolo da solista di un Charlie che aveva (forse in maniera premeditata o forse no) di dedicarsi alle produzioni musicali ma rimanendosene in disparte, comparendo sì nei dischi dei maggiori artisti rap e non in Italia, ma senza dare vita a produzioni che portassero una sua firma come artista principale.
Nel frattempo la scena stava cambiando, e anche i producer album hanno iniziato a prendere sempre più piede: Night Skinny è stato colui che più di tutti gli altri è riuscito a dare un valore agli album realizzati dai produttori, lavorando parecchio sul suo brand e arrivando a collaborare letteralmente con chiunque, dai nomi più underground e legati al rap e all’hip-hop, ai nomi più pop, mainstream e più sdoganati: i suoi album sono stati l’esempio di una carriera in continua mutazione, anche se non sempre sono riusciti a fare breccia nel cuore degli ascoltatori di rap, specie quelli abituati al Night Skinny di Pezzi o di Mattoni, o ancor più di Zero kills. Oltre a Skinny, anche altri nomi han dato vita a propri progetti discografici da solisti: viene in mente Sick Luke, per esempio, altro nome assai importante per la scena trap, o Drillionaire, ma di Charlie Charles ancora nulla.
Si sentirà parlare di Charlie solamente nel 2023, ben quattro anni dopo Calipso (un qualcosa di impensabile per i tempi della discografia moderna), quando per inaugurare l’estate di quell’anno aveva deciso di pubblicare il singolo Obladi oblada in collaborazione con Thasup, Fabri Fibra e Ghali, quest’ultimo nome con cui non collaborava da svariati anni. Un singolo uscito abbastanza in sordina, e che non faceva altro che ricalcare le sonorità pop di Calipso, in ogni caso ben lontane da quelle del Charlie degli esordi, e che da una parte tentavano di arrivare al grande pubblico (forse riuscendoci a malapena), dall’altra non convincevano del tutto gli ascoltatori e i fan della prima ora del produttore, ormai su una strada completamente differente da quella che stava percorrendo fino ad alcuni anni prima. Un male? Assolutamente no: il bello dell’arte e della creatività è proprio che non ci siano confini che non possano essere valicati a seconda delle sensazioni e delle sensibilità che si provano nei vari periodi della propria esistenza, e per un creativo è di vitale importanza riuscire a cogliere questi cambiamenti e ad esprimerli come meglio crede all’interno della propria arte e all’interno delle proprie produzioni creative.
Forse, il fatto che il mondo lì fuori richiedesse a gran voce un disco da solista di Charlie Charles senza che quest’ultimo desse seguito a tali richieste era sintomatico proprio del fatto che, in fin dei conti, dare alla luce un disco è un’impresa che deve essere portata a compimento solo ed unicamente quando si ha qualcosa di concreto da comunicare, e ciò che Charlie, nel periodo che va dal 2020 al 2025, aveva da comunicare era implicitamente solo una grande confusione: da un lato l’assenza quasi totale della trap all’interno delle sue produzioni più recenti, in linea con la sua evoluzione, e dall’altra un lungo periodo di raccoglimento. Le idee hanno bisogno di tempo, pazienza, di ascolto e passione per poterle vedere sbocciare, e sarebbe stato stupido per Charlie sprecarsi un’occasione così importante in un periodo in cui, probabilmente, non aveva nulla da dire né da dare musicalmente parlando.
La bella confusione è stato annunciato praticamente con un annuncio lampo, quando ormai più nessuno sapeva chi fosse Charlie Charles, né che musica avesse in mente di fare. Niente singoli a fare da apripista, niente spoiler, niente stories promozionali, niente marketing: solo qualche tabellone pubblicitario a Milano, qualche post su Instagram, pochi repost, grafiche, foto e immagini piuttosto minimali, ed una sola data: 24 ottobre 2025. Tutti i presupposti per far diventare La bella confusione una bella confusione di nome e di fatto.
Ancora più confusione è riuscito a generare il comunicato della Island quando ha reso noto che la pubblicazione del disco sarebbe stata anticipata di tre ore e mezza: non più il 24 ottobre (presumibilmente a mezzanotte), ma il 23 ottobre alle 20:30, orario decisamente inusuale per la pubblicazione di un album, giusto per rimanere ampiamente in tema con il titolo del progetto, che si sapeva già che avrebbe spiazzato, disorientato, confuso qualsiasi ascoltatore, che ormai non sapeva proprio più cosa aspettarsi.
Ad accompagnare quello straccio di comunicazione, solo la copertina del progetto, i titoli e solo nella giornata di ieri i nomi degli artisti che hanno arricchito il progetto La bella confusione: Ernia, Madame, Nayt, Bresh, Sfera Ebbasta, Elisa, Mahmood, e Massimo Pericolo. Sulla copertina, si vede un Charlie Charles di spalle (ormai irriconoscibile, visto il suo cambio look da capogiro) in piedi su una fune tesa, un equilibrista vero e proprio, costantemente in bilico su un burrone di critiche e di considerazioni, di tante che se ne possono fare in merito alla sua musica, alle sue scelte artistiche e discografiche, ed in merito al suo cambio di stile, ormai pienamente riconoscibile soprattutto all’interno di La bella confusione.
Il disco si apre con la titletrack del disco, realizzata in featuring con Ernia e Madame, che lascia ben intendere come il disco punti a comunicare una nuova nascita, una rinascita per Charlie Charles come produttore musicale e soprattutto come musicista, con uno sguardo verso il rap (come testimoniano la strofa di Ernia e il pezzo Superstite con Massimo Pericolo), ma in cui il rap rappresenta solamente una piccola, piccolissima percentuale di ciò che oggigiorno è Charlie Charles e soprattutto di ciò che probabilmente punterà ad essere nel prossimo futuro.
Persino Sfera Ebbasta, suo sodale dai tempi di Xdvr, viene coinvolto in un pezzo molto più vicino alle sonorità della musica nazionalpopolare (Una volta più) invece di realizzare per lui su misura un brano dal taglio classico che ha sempre contraddistinto il rapporto artistico e musicale del duo Charlie + Sfera. Ma la confusione passa anche per queste scelte, e così Charlie si ritrova a cantare su una base musicale più vicina alle atmosfere sanremesi con batterie analogiche, archi e pianoforti invece che su una base musicale caratterizzata dalle classiche batterie 808 che han reso riconoscibile in Italia il suono della trap.
Di tutto il disco, il pezzo più movimentato risulta essere solamente Attacchi di panico, che porta all’ascoltatore un Blanco in splendida forma, dopo gli ultimi anni in cui era praticamente sparito, a causa di alcuni incidenti di percorso dovuti anche ad alcuni errori nella gestione del suo personaggio da parte del suo vecchio management.
Nel disco ci sono solo due tracce che non vedono nessuna collaborazione, e che sono anche dei pezzi-chiave del disco: Paolo e Grazie, rispettivamente un dialogo tra un bambino (presumibilmente il Charlie degli esordi) e Charlie Charles, ed una composizione musicale con tanto di orchestra (ma a questa ci arriveremo).
In Paolo Charlie, nel suo dialogo con il bambino, spiega esattamente cosa sia (o chi sia) la bella confusione di cui si parla nel progetto: una bella confusione davanti alla quale dapprima il bambino storce il naso: come può il Charlie produttore assimilarsi con un singolo, un brano, un disco od un progetto discografico qualunque esso sia? Forse un modo parecchio sottile per lanciare forte e chiaro un messaggio, ovvero quello secondo il quale gli artisti non dovrebbero sentirsi ingabbiati all’interno di un personaggio, di un’etichetta che gli ascoltatori gli hanno imposto, e questo il bambino del dialogo, in realtà, glielo dice forte e chiaro. Forse, se Charlie Charles se ne è rimasto in silenzio per tutto questo tempo senza pubblicare alcun disco da solista è stato proprio per tentare di scollegarsi dall’immagine che tutti quanti là fuori avevano di lui: il produttore trap delle canzoni festaiole in cui si parla di droghe, lean, soldi, lusso e prostitute. No: Charlie Charles non è solo quello, ma ha dimostrato (in questo disco più che mai) di essere anche tanto altro, rompendo le catene che lo imprigionavano e lo tenevano ingabbiato all’interno del suo stesso personaggio, dal quale ha avuto il coraggio di scappare, di evadere, di fuggire. Così ecco che è lo stesso bambino che gli risponde alla domanda “cos’è la bella confusione?” Con un secco “sei tu.”. Una confusione che non si ferma ad essere solo il titolo di un importantissimo primo album, ma nasconde un vero e proprio approccio di vita non solo di Charlie Charles, ma proprio di Paolo Alberto Monachetti, che ha dovuto distruggere per ricostruire e ripartire da zero con questo album.
E sulla base di questo discorso, Grazie si pone come una conclusione dal sapore amaro: per la prima volta, Charlie Charles si approccia alla produzione musicale non più come producer, ma come un vero e proprio compositore, confrontandosi con una orchestra vera e propria (cosa che aveva già fatto in 15 piani di Sfera Ebbasta e Marracash), ma per la prima volta lo fa senza mc pronti a rapparci sopra: c’è solo lui e la sua urgenza creativa, che pone un punto fermo nella sua carriera, o per meglio dire una virgola, o un qualsiasi segno di punteggiatura che divida il Charlie Charles che abbiamo visto e sentito fino ad oggi e quello che probabilmente verrà negli anni a seguire.
O forse, Grazie non sarà altro che un grande, gigantesco punto interrogativo, che porterà tutti ad interrogarsi su quale strada deciderà di imboccare Charlie: forse per lui è arrivato veramente il tempo di crescere, di fare le valige e volare verso mondi inesplorati, musicalmente parlando, anche se saranno solamente il tempo e la vita a decidere se e quando avverrà tutto ciò. Ciò che è certo, è che Grazie risulta essere un bellissimo paesaggio musicale da esplorare con le orecchie, immaginando tutto quello che sulla copertina non c’è, tutto quello che sulla copertina manca, e che forse Charlie vede dall’alto della sua folle passeggiata sul vuoto. Ciò che è certo è che Charlie, questa sua bella confusione, è riuscita ad inquadrarla, a metterla a fuoco, e a raccontarla, ad esprimerla meglio di quanto chiunque avesse anche solo lontanamente potuto immaginare.
E per la prima volta, Charlie ha dato prova al mondo di essere un artista completo e con la “a” maiuscola. Pur nella sua bellissima confusione.